Perfect Blue e Tokyo Idols: il fenomeno idol fra purezza e ossessione

Nastrini colorati, divise scolastiche, abiti dai colori sgargianti e soprattutto visi dalla bellezza eterea, che rimandano all’innocenza imperturbabile. Sono questi alcuni dei tratti peculiari che definiscono una idol, termine con il quale in Giappone si identificano tutte quelle ragazze (e talvolta anche ragazzi) popolari nell’ambiente dello spettacolo. Modelle, attrici di dorama, personaggi televisivi, ma soprattutto cantanti, a partire dagli anni Sessanta, diventano oggetti di fanatismo dei giapponesi che vede in loro quasi una via di fuga dalla movimentata e sempre più pressante vita quotidiana.

Nello specifico, negli ultimi vent’anni con il termine idol ci si riferisce a tutte quelle cantanti soliste o facenti parte di un gruppo che, tramite le loro canzoni spensierate e i loro testi frizzanti, sono riuscite ad ottenere un seguito di fan che ha fatto di loro i punti cardini della loro esistenza.

Fra le idol più famose in Giappone possiamo citare quelle che compongono i gruppi AKB48 (composto da ben oltre cento ragazze), Momoiro Clover Z (che nella loro composizione colorata richiamano i supereroi e che nel 2014 hanno composto la sigla di apertura di Sailor Moon Crystal), BABYMETAL (un trio di ragazze adolescenti che unisce le sonorità jpop con quelle dell’occidentale heavy metal) o la solista Rio Hiiragi.

Rio Hiiragi – Banzai Banzai

I loro volti caratterizzati da una delicata bellezza infantile, il loro portamento allegro e ben disposto nei confronti del pubblico che le segue e le loro musiche che ne descrivono l’allegria, la leggerezza e la vitalità, sono divenuti motivo di un vero e proprio fenomeno culturale, una vera e propria religione che spinge ogni giorno migliaia di uomini giapponesi a motivarsi per incoraggiare il successo della loro beniamina.

Negli ultimi tempi ci si è chiesto, però, se un tale fenomeno non possa presentare due facce diverse della stessa medaglia, palesando un lato che si avvicina ad un vero e proprio culto e un altro che sfocia nell’ossessione nei confronti di queste ragazzine.

Chi sono, dunque, i fan delle idol?

Il culto della purezza

In un recente documentario di Kyoko Miyake, Tokyo Idols (2017) viene mostrata la quotidianità della già citata Rio Hiiragi. La regia segue la ragazza nei suoi spettacoli, cogliendo l’occasione per far luce sul mondo delle idol giapponesi e concentrandosi in particolar modo sul rapporto che esse hanno con i fan, mettendo in evidenza in particolar modo la loro vita dedita completamente al culto di queste ragazzine che, a detta loro, sono riuscite a far ritrovare quella speranza che da tempo avevano perduto. Si tratta, infatti, perlopiù di uomini sulla quarantina o cinquantina che hanno perso il loro lavoro e hanno smesso di avere contatti con qualsivoglia essere femminile al di fuori delle idol che seguono, o per meglio dire, delle idee che sono riusciti a farsi nel corso degli anni di esclusivo fanatismo.

L’uomo di mezz’età che segue la sua idol, dedicando la sua vita alla speranza di un imminente successo, non è altro che il frutto dell’esplosione della Bolla Economica avvenuta in Giappone negli anni Novanta, dove gran parte della popolazione ha iniziato a notare come i valori dei padri iniziavano a venir meno, dove la società del lavoro ha iniziato ad apparire sempre più disgregata e dove l’obiettivo primario della propria esistenza è iniziato a comparire sempre più confuso, portando così al progredire di una generazione in cui gli ideali di lavoro e famiglia risultavano sempre più estranei. Come afferma l’economo Sakai Masayoshi: “Il giapponese medio ha una bassissima autostima e ciò è legato all’economia. Negli anni Novanta ci fu il grande crollo economico che ebbe un impatto enorme”.

Si può parlare, dunque, di uomini che dedicano quasi esclusivamente la loro esistenza ad una religione che pone le idol sul piano divino. Un culto dedito alla ricerca della purezza e alla venerazione della verginità. Proprio per questo motivo,recentemente, molti studi si sono concentrati sul fenomeno delle idol,parlando di vera e propria intimità economica, se non di un’economia che mira all’affettività, all’affetto nel senso puro.

Come nota infatti il nipponista Mark Galbraith, le case di produzione delle idol si concentrano in particolar modo sui Meet&Greet post-concerto, ovvero quei momenti in cui i fan, pagando una cifra veramente molto alta, possono incontrare le proprie beniamine per pochi minuti, limitandosi ad una stretta di mano e ad uno scambio dibattute. È proprio il documentario sopracitato che mostra come questi incontri furtivi avvengono, evidenziando in particolar modo gli stati d’animo degli uomini che si meravigliano di cose che all’occhio potrebbero sembrare banali, apatiche, ma che per loro divengono un motivo di estrema felicità innestata in una vita di continui fallimenti. Basta infatti che una di queste idol chieda loro il nome per far sì che essi possano sentire di avere un fine nella vita. Un ringraziamento, una fotografia, un autografo, una stretta di mano o un semplice sorriso divengono, così, tasselli verso quella catarsi a cui stanno sottoponendo la loro vita senza lavoro, senza moglie e famiglia.

Tokyo Idols, Kyoko Miyake (2017)

Aiutando una idol ad avere successo, supportandola nella sua carriera e presentandosi ad ogni concerto, i fan in questione divengono dei seguaci il cui compito sembra quasi quello di idolatrare una dea nella sua scalata verso un mondo migliore. Sentendosi impotenti nella vita, di fronte alla propria beniamina sentono il bisogno di lottare insieme a lei,diventando iperprotettivi.

Se non fosse per questo, rimarrei sempre solo” dice uno degli uomini intervistati da Kyoko Miyake, evidenziando il compito che si è auto-imposto e descrivendo allo stesso tempo la caratteristica principale della sua vita, la solitudine.

È da questi atteggiamenti che scaturisce il lato oscuro di questo fanatismo, che trasforma il culto della purezza in una vera e propria ossessione nei confronti di queste ragazze innocenti.

L’ossessione dell’innocenza immortale

Invece di relazionarsi con le donne, gli uomini scelgono quelle da dominare,con cui non c’è competizione. Siamo in una società che protegge le fantasie degli uomini.”

Con queste parole, la giornalista giapponese Minori Kitahara parla del fenomeno del fanatismo nei confronti delle idol, dando un’accezione del tutto negativa e mettendo in evidenza come i media tendano a sfruttare la femminilità, valorizzando così la mascolinità.

Ogni anno, infatti, in Giappone vengono trasmesse in diretta nazionale le selezioni per le AKB48. Più di trecento ragazze adolescenti o poco più partecipano ad una competizione a suon di voti in cui viene scelta la futura formazione del gruppo idol in questione. Ciò che il telespettatore (e il votante, lì presente)deve fare non è altro che eleggere la ragazza più bella, basandosi quasi esclusivamente su un gusto estetico (non molto differente,d’altronde, dal nostro Miss Italia).

Secondo la Kitahara, ciò è da interpretare come uno dei contrastanti effetti del successo di queste ragazze che vengono messe alla mercé dei media a favore di una società maschilista che decide che la più bella può avere successo. D’altro canto, nota ancora la giornalista, quello che influenza maggiormente la votazione non è altro che il candore che queste ragazze rappresentano, attraverso i loro visi e, addirittura, attraverso la loro età.

Non è insolito notare, difatti, come i gruppi idol si differenzino fra loro non solo per gli stili e i generi musicali, ma anche per le fasce di età a cui appartengono le componenti. Il caso di Amorecarina è probabilmente quello più lampante visto che le ragazzine che ne fanno parte non sono altro che bambine di dieci o dodici anni.

È ancora la Kitahara che nota come il desiderio di diventare una idol nasca fin da bambina, poiché riflette “il desiderio di poter essere amate senza alcuno sforzo”,non tenendo minimamente conto del fatto che i fan saranno degli uomini maturi, che potrebbero essere i loro padri.

Di fronte ad una tale osservazione, come viene mostrato in Tokyo Idols, i fan rispondono semplicemente che le vedono “come se fossero amiche. Se fossero più grandi non proverei lo stesso interesse. Non c’è molta differenza di età.”

Ciò può essere riscontrato in una ricerca incontrollata della purezza. Il culto diviene dunque ancora più specifico, si concentra su quell’innocenza pura, quella che soltanto le bambine possiedono.

D’altro canto, questo può essere identificato, usando le parole di Minori Kitahara, “una zona grigia legale”, in cui il confine fra adorazione, simpatia e impulso sessuale può essere percepito, ma a tutti gli effetti non può essere dimostrato.

La ricerca dell’innocenza, della purezza, viene quindi ad incarnarsi in quella che a tutti gli effetti può essere considerata un’ossessione ed è proprio di questo che parla il film d’animazione di Satoshi Kon, Perfect Blue,uscito nelle sale cinematografiche giapponesi nel 1997 e che per la prima volta mostra i lati negativi di essere una idol.

Come si è precedentemente sottolineato, i fan fanno di tutto pur di vedere la loro beniamina realizzata, ma se essa decidesse di porre fine alla sua carriera, dedicandosi ad altro, allora la delusione nei loro cuori sarebbe tale da portarli quasi alla follia.

In Perfect Blue,la protagonista, Mima Kirigoe, decide di lasciare la sua carriera da idol per diventare un’attrice. Questa notizia fa storcere il naso a molti fan e se in un primo momento la ragazza inizia a seguire il suo sogno, ottenendo qualche ruolo per la televisione, ben presto si ritrova a dover fronteggiare l’ossessione di qualcuno nei suoi confronti,qualcuno che prima l’ha osannata come una dea, che ha creato un vero e proprio culto religioso fondato sulla sua immagine da idol, e che adesso cerca di distruggerle la vita. Come un atto di pura iconoclastia, qualcuno vuole distruggere l’immagine di Mima, ormai non più pura, ma oggetto da distruggere.

L’ossessione si presenta sotto forma di dicotomia, da parte di chi cerca di farla impazzire, da un lato, e che cerca di coinvolgerla in una serie di omicidi, e da parte di Mima stessa che, vedendo la sua purezza volare via (e che le si palesa sotto forma della idol che era stata un tempo), inizia a sporcare la sua immagine, dapprima accettando di girare la scena di uno stupro e successivamente credendo di essere la carnefice di quelle vite e di se stessa.

Satoshi Kon riesce infatti nell’impresa di rappresentare come il culto della purezza si trasformi in ossessione da parte di quei seguaci che hanno visto incarnarsi in quella ragazzina dai lineamenti innocenti il loro scopo di vita e che, col crollo di quegli ideali –idealizzati e idealizzanti – si ritrovano ancora una volta a provare un ulteriore fallimento che stavolta li porta alla follia.

Se la vita, dunque, li ha fatti fallire una volta, portandoli alla perdita dei valori dei loro padri, è con la demolizione del culto che hanno creato che arrivano ad un circolo di ossessione da cui difficilmente si possono allontanare.

La zona grigia e la candida speranza

Si può dunque interpretare il fenomeno idol con un’accezione esclusivamente negativa?

Probabilmente un occhio critico e filo-femminista può notare come in fin dei conti quello che incarnano le idol non sono altro che gli ideali dell’uomo giapponese medio, dunque è pur vero che le ragazze in questione vengono messe alla mercé di un popolo che fa di loro delle vere e proprie dee da adorare.

D’altra parte, si può osservare come l’evento nazionale che coinvolge le AKB48 vada a sottolineare la vana “istituzione” che rappresenta il fenomeno in questione, dunque in un certo senso si può essere d’accordo con Minori Kitahara quando parla di tutela delle fantasie maschili.

Bisogna comunque analizzare con un occhio meno critico e più concettuale il mondo delle idol, poiché se si guarda alla questione dal loro punto di vista, ciò che si può percepire è proprio quel bisogno di essere amate con una facilità estrema, cantando, ballando, esprimendo tutta la vitalità che possiedono, sorridendo alla vita con leggerezza.

Che le idol vivano in una zona grigia legale probabilmente non è un dato appurato al cento per cento, ma che esse offrano ai fan una candida speranza di fronte ai fallimenti della vita lo si può osservare sui volti di coloro che, guardandole sul palco, con le lacrime agli occhi e le mani protese cantano le loro canzoni preferite insieme alla piccola innocente salvezza a cui si stanno aggrappando.

Tokyo Idols, Kyoko Miyake (2017)

Fonti:

P.W. Galbraith, J.G. Karlin (ed.), Idols and Celebrity in Japanese Media Culture, New York, Palgrave McMillan, 2012

P.W. Galbraith, AKB Busines. Idols and Affective Economics in Contemporary Japan in A. Freedman, T. Slade (ed.), Introducing Japanese Popular Culture, Oxford, Routledge, 2018, pp. 158-167

Perfect Blue (Satoshi Kon, 1997)

Tokyo Idols (Kyoko Miyake, 2017)

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